La storia delle Olimpiadi

Roma 1960
Giochi della XVII Olimpiade

Cinquantaquattro anni dopo la rinuncia per mancanza di fondi decisa dal governo Giolitti, le Olimpiadi approdarono finalmente a Roma. Nel 1960 l'Italia era all'inizio del cosiddetto "boom economico", e una spesa di 33 miliardi di lire per l'organizzazione dei Giochi Olimpici non dovette sembrare eccessiva. Erano stati costruiti 12 impianti sportivi stabili e 5 temporanei, altri 5 erano stati rinnovati. Nel quartiere Flaminio era sorto il villaggio olimpico, composto da 33 palazzi alti sino a cinque piani, per un totale di 1348 appartamenti.

L'ottima funzionalità degli impianti si aggiunse in qualche caso il fascino di una storia millenaria: il torneo di lotta si svolse infatti alla basilica di Massenzio, mentre le terme di Caracalla furono scelte come teatro delle gare di ginnastica. La maratona partì dal Campidoglio e si concluse all'arco di Costantino, dopo un percorso che includeva anche l'Appia antica.

La tecnica avanza

Le suggestioni del passato non furono di ostacolo all'avanzare della modernità: la televisione, per esempio, per la prima volta coprì interamente la manifestazione olimpica, con 106 ore di programmazione (allora esisteva un solo canale). Le trasmissioni erano in diretta, e in occasione delle gare più importanti si produsse il fenomeno, fino ad allora del tutto inedito, delle città svuotate di gente. Un'innovazione tecnica legata più direttamente al fenomeno agonistico fu l'introduzione ufficiale del cronometraggio elettrico nel canottaggio e nel ciclismo, mentre nell'atletica e nel nuoto ebbe una funzione solamente ausiliaria, non essendo ancora stato approvato dalle rispettive federazioni.

Debutto per l'Africa nera

I Giochi di Roma, che si svolsero dal 25 agosto all'11 settembre, si avvalsero di una macchina organizzativa efficiente e furono assistiti anche da un clima favorevole: non piovve e il caldo non fu eccessivo. I concorrenti furono 5338 (611 donne), provenienti da 84 paesi, tra i quali per la prima volta una nutrita rappresentanza dell'Africa nera: Etiopia, Ghana, Kenya, Liberia, Nigeria, Rhodesia, Sudan e Uganda. Fecero a Roma il loro debutto olimpico anche Marocco e Tunisia, divenuti stati indipendenti nel 1956.

Roma 1960
Giochi della XVII Olimpiade

La tragedia di Jensen e l'ombra del doping

Le gare, che avrebbero spesso fatto segnare risultati tecnici eccezionali, si aprirono con una tragedia: il primo giorno, durante la 100 chilometri a squadre di ciclismo (prova che da Roma 1960 in poi sostituì la corsa su strada a squadre), il danese Knud Enemark Jensen crollò inanimato a terra; sarebbe morto poco dopo all'ospedale. Qualche giornalista inglese diede la colpa al caldo, e scrisse che gli organizzatori avrebbero dovuto fermare la corsa per tutelare la salute dei concorrenti. Molto più probabilmente si era trattato di doping, ma una specie di velo pietoso fu steso sulla vicenda, come spesso accade quando ci si scontra con la questione maledetta dello sport moderno.

Al tedesco Hary i 100 m

Nell'atletica, le gare di velocità, che normalmente vedevano il dominio dei nordamericani, riservarono parecchie sorprese. I 100 m piani furono infatti vinti dal tedesco Armin Hary. Poco amato dal pubblico per il carattere superbo e scostante, Hary era guardato con diffidenza dai giudici per via delle sue partenze fulminanti. Esami di laboratorio avevano dimostrato che il suo tempo di reazione era di 3 centesimi di secondo, un quarto di quello di uno scattista di medio valore. E tuttavia non era mai riuscito a scrollarsi di dosso il sospetto di barare sui blocchi di partenza, tanto che prima di vedere omologato il suo record mondiale di 10" netti, aveva dovuto ripeterlo tre volte. Nella finale olimpica, dopo essere incorso in una falsa partenza, vinse in 10"2, davanti all'americano Sime e al britannico Redford. Hary guidò alla vittoria la staffetta tedesca nella 4x100, approfittando della squalifica degli americani.

Abebe Bikila, l'eroe della maratona

Altro personaggio destinato a entrare nella leggenda dello sport era l'etiope Abebe Bikila, sergente della guardia del Negus, giunto a Roma da perfetto sconosciuto. Correndo a piedi nudi, Bikila giunse da trionfatore, alla luce delle torce che illuminavano il percorso, sotto l'arco di Costantino, dove era stato posto il traguardo della maratona. Con un ritmo regolarissimo aveva stroncato la resistenza di tutti gli avversari, e stabilito con 2h15'16"2 il nuovo record olimpico. Nel 1964 a Tokyo ripeterà la sua corsa vittoriosa sulla distanza dei 42,195 km, questa volta portando le scarpe.

Nell'atletica i protagonisti di imprese straordinarie furono tanti ed è impossibile ricordarli tutti. Tra gli uomini scegliamo lo statunitense David Glenn, che nei 400 m ostacoli ripeté a Roma il successo di quattro anni prima a Melbourne, migliorando il suo stesso primato del mondo.

Il nuoto, affare di USA e Australia

Le gare di nuoto si risolsero in un duello tra Australia e Stati Uniti, che lasciarono al resto del mondo un solo titolo, quello dei 200 rana femminile, conquistato dalla britannica Lonsbrough. In campo maschile americani e australiani si divisero equamente il bottino: 4 medaglie d'oro per nazione. Tra le donne prevalsero le americane, e tra queste si mise particolarmente in luce Chris von Saltza, che si aggiudicò 3 medaglie d'oro (400 stile libero, staffette 4x100 stile libero e mista).

Nella ginnastica dominò ancora l'Unione Sovietica. Boris Sachlin conquistò 4 medaglie d'oro, 2 d'argento e 1 di bronzo: nessuno, tra tutti gli atleti giunti a Roma, seppe fare altrettanto.

Nella scherma è da segnalare l'impresa dell'ungherese Aladar Gherevich, che all'età di cinquant'anni conquistò nella sciabola a squadre la sua settima medaglia d'oro (la prima risaliva addirittura al 1932, nelle Olimpiadi di Los Angeles). Nella lotta si coprirono di gloria i turchi, che su sedici categorie (tra libera e greco-romana) ottennero 7 medaglie d'oro e 2 d'argento.

Le olimpiadi in rosa

Nell'atletica gli Stati Uniti si presero la rivincita nella velocità femminile, con le vittorie di Wilma Rudolph nei 100 e 200 m piani (completate dall'oro nella staffetta 4x100). Originaria del Tennessee, diciassettesima di ventidue figli, la Rudolph correva con l'aiuto di un minuscolo apparecchio ortopedico al piede destro, ricordo di una forma di reumatismo articolare che l'aveva tenuta immobilizzata fino all'età di nove anni. Non dotata di uno scatto fulminate, riusciva facilmente a rimontare lo svantaggio iniziale grazie alla grande potenza. Soprannominata "Gazzella Nera" per il corpo flessuoso e le lunghe, splendide gambe, Wilma Rudolph fu per il pubblico e la stampa la vera regina delle Olimpiadi romane.

Meritano una citazione anche le sorelle sovietiche Irina e Tamara Press, vincitrici rispettivamente negli 80 m ostacoli e nel getto del peso. Ancora meglio avrebbero fatto nel 1964 a Tokyo, dove Irina si sarebbe imposta nella nuova specialità del pentathlon, e Tamara avrebbe conquistato il titolo nel peso e nel disco.

Nella ginnastica femminile la superiorità sovietica fu quasi umiliante per le avversarie: sulle 15 medaglie in palio nelle cinque specialità individuali, le sovietiche ne conquistarono 14. Continuò a splendere la stella di Larisa Latynina, che vinse 2 ori e salì sul podio in tutte le specialità.

Medagliere

Il medagliere finale di Roma 1960 vide primeggiare nettamente gli atleti dell'Unione Sovietica che conquistarono ben 103 medaglie, 43 delle quali d'oro. Al secondo posto gli Stati Uniti con 71 titoli, 34 dei quali del metallo più prezioso. Entusiasmante il terzo posto dell'Italia, che ottenne un totale di 36 medaglie, 13 delle quali d'oro.

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Giochi della XVII Olimpiade

L'impresa di Berruti

Oltre che dal successo organizzativo (del quale, alla vigilia, molti all'estero dubitavano), l'Italia fu gratificata dagli eccezionali risultati dei propri atleti. Il simbolo di quel momento magico per lo sport azzurro fu il velocista Livio Berruti, primo europeo nella storia dell'atletica olimpica a spezzare il dominio dei nordamericani sui 200 m piani; impresa che dopo di lui sarebbe riuscita solo a Valerij Borzov, a Pietro Mennea e al greco Kenteris.

Nelle semifinali Berruti si trovò di fronte l'inglese Redford e gli statunitensi di colore Norton e Johnson, coprimatisti del mondo con il tempo di 20"5. Li batté con disinvoltura, rallentando negli ultimi trenta metri, e ciò nonostante eguagliò il record mondiale. In finale, malgrado fosse incorso in una falsa partenza (l'unica della sua carriera) Berruti non si innervosì; al nuovo sparo dello starter scattò in testa, percorse una curva perfetta (come suo costume) e, uscito sul rettilineo con due metri di vantaggio, resistette con successo al tentativo di rimonta di Carney, altro afroamericano. Tagliato il traguardo, i due rivali si sbilanciarono e caddero a terra. Terzo si classificò il francese di colore Seye. Il tempo fatto registrare dall'italiano fu ancora di 20"5 e dietro di lui tutti gli altri cinque concorrenti restarono sotto i 21"; era la prima volta che ciò accadeva in una gara dei 200.

Azzurri a podio

Tre le medaglie d'oro nel pugilato: Francesco Musso nei piuma, Nino Benvenuti nei welter e Francesco De Piccoli nei massimi. Nino Benvenuti venne premiato anche con la Coppa Baker, come miglior pugile del torneo in assoluto, sebbene tra i mediomassimi il vincitore fosse nientemeno che Cassius Clay. Benvenuti era comunque un ottimo pugile, e lo avrebbe dimostrato anche tra i professionisti, diventando campione del mondo dei superwelter e dei medi. Avrebbero detenuto la corona mondiale tra i professionisti anche Sandro Lopopolo e Carmelo Bossi, soltanto secondi a Roma.

Bella e inattesa vittoria italiana anche nella pallanuoto, davanti a Unione Sovietica e Ungheria. Nel ciclismo, su 6 titoli in palio gli Azzurri se ne aggiudicarono 5: 2 (da fermo e velocità) per merito di Sante Gaiardoni. Nella scherma le medaglie d'oro per l'Italia furono 2: nella spada individuale con Delfino, e nella spada a squadre, con un sestetto di cui faceva parte anche Edoardo Mangiarotti, alla sua ultima Olimpiade. Grandi soddisfazioni per l'Italia anche nell'equitazione: nel concorso a ostacoli individuale i fratelli Raimondo e Piero D'Inzeo (già secondo e terzo ai Giochi del 1956) conquistarono rispettivamente la medaglia d'oro e quella d'argento.

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roma 1960 Per avere una panoramica completa delle immagini della XVII olimpiade vai alla pagina ufficiale del CIO.

Foto

Video
Livio Berruti (a destra) impegnato nei quarti di finale dei 200 m piani. L'atleta torinese conquisterà il titolo olimpico ed eguaglierà il primato mondiale della specialità correndo in 20"5, tempo da lui ottenuto due volte, in semifinale e in finale, nel pomeriggio del 3 settembre.

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Giochi della XVII Olimpiade

Cassius Clay, il celebre pugile che a Roma vinse l'oro nella categoria dei pesi mediomassimi, fece il viaggio in areo indossando il paracadute, tanta era la paura di volare.

Nel 1960 la divisione della Germania in due Stati autonomi era ormai un fatto, ma la Repubblica democratica tedesca non era ancora stata riconosciuta a pieno titolo dal CIO. Tanto bastò perché gli atleti sfilassero sotto un'unica bandiera alimentando, almeno per il tempo dell'Olimpiade, la speranza che la separazione definitiva non sarebbe mai avvenuta.

A Roma il Sudafrica razzista fece la sua ultima comparsa. Dopo di allora sarebbe stato riaccolto nel consesso olimpico nel 1992, a seguito dell'abolizione dell'apartheid e grazie all'avvento del primo governo d'integrazione razziale.