La storia delle Olimpiadi

Città del Messico 1968
Giochi della XIX Olimpiade

Il 3 ottobre 1968, nove giorni prima dell'apertura dei Giochi, sulla piazza delle Tre Culture a Città del Messico si fronteggiavano studenti e militari in assetto di guerra. Le proteste studentesche si succedevano ormai dall'inizio di luglio: a essere preso di mira era soprattutto il presidente Diaz Ordaz, reo di avere disinvoltamente speso somme favolose per gli impianti olimpici in un paese in cui la maggioranza della popolazione era afflitta dalla miseria. Quel giorno i soldati cominciarono a sparare ad altezza d'uomo; non venne mai reso noto il numero dei morti, secondo alcune fonti furono addirittura qualche centinaio.

Visto l'imminente inizio delle Olimpiadi, giornalisti e troupe televisive erano già presenti sul posto, per cui notizie e immagini del massacro si diffusero immediatamente in tutto il mondo, provocando reazioni di orrore e sdegno, nonché proposte di annullare quella edizione dei Giochi o di disputarla in altra sede. Qualcuno pensò già concretamente a un ponte aereo per trasferire gli atleti, che erano più di 5500, e tutto il seguito in California, e allestire lassù la manifestazione olimpica.

Il sogno olimpico è lontano

Ma il finanziere americano ultraconservatore Avery Brundage, presidente del CIO, si adoperò perché il programma seguisse il suo corso regolare, come se nulla fosse accaduto. E la spuntò. Ma la tesi di chi continuava a voler vedere nelle Olimpiadi un'oasi di pace lontana dai drammi del mondo appariva ingenua o ipocrita, comunque insostenibile. L'evento olimpico aveva assunto ormai dimensioni colossali, su di esso si concentrava l'attenzione del mondo: era comprensibile, per non dire naturale, che venisse usato come cassa di risonanza da chi voleva far conoscere la propria disperazione, la propria rabbia o la propria forza.

E il 1968 era, a livello mondiale, un anno cruciale e drammatico, denso di eventi di enorme portata: la guerra del Vietnam e le sue stragi, la primavera di Praga soffocata dai carri armati sovietici, gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, la guerra civile e la carestia in Biafra con migliaia di morti per fame, le impiccagioni di neri in Rhodesia, il maggio francese e la dilagante rivolta giovanile.

Olimpiadi ad alta quota

I Giochi iniziarono dunque nella data stabilita; per la prima volta l'ultimo tedoforo, quello che accese il tripode olimpico, fu una donna, la messicana Enriquete Basilio Sotelo. Dal punto di vista strettamente sportivo non mancavano le incognite; in primo luogo ci si chiedeva come avrebbe reagito l'organismo degli atleti all'altitudine di Città del Messico (2277 s.l.m.), con la conseguente rarefazione dell'aria. I fisiologi prevedevano che la carenza di ossigeno avrebbe reso sicuramente massacrante, nell'atletica, la fatica dei fondisti, il cui cuore avrebbe dovuto lavorare più di quanto avrebbe fatto a livello del mare per pompare senza posa sangue ossigenato. Sarebbero stati invece favoriti dalla minore forza gravitazionale e dalla minore resistenza opposta dall'aria i velocisti e i saltatori.

Le piste in tartan

A questi vantaggi bisognava aggiungere quello offerto dal tartan, nuovo materiale sintetico di cui erano costituite la pista e le pedane. Il tartan è morbido, indeformabile, non vede alterate le sue caratteristiche anche se bagnato e soprattutto possiede una grande elasticità, che lo rende capace di agire quasi come una molla, restituendo potenza ai piedi degli atleti.

I Giochi si chiusero il 27 ottobre in un clima allegro e festoso. Nel discorso finale il presidente del CIO, Brundage, disse, tra l'altro, che le Olimpiadi erano state un'oasi di pace e di fraternità in un mondo in crisi; affermazione palesemente non vera, e oltretutto malaugurata, se si pensa a quanto sarebbe accaduto quattro anni più tardi a Monaco.

Città del Messico 1968
Giochi della XIX Olimpiade

Le previsioni degli esperti si dimostrarono esatte. I corridori degli altipiani dell'Africa orientale dominarono le gare sulle distanze a partire dai 1500 m in su: il kenyano Kip Keino vinse i 1500 e si classificò secondo nei 5000; altri due kenyani, Naftali Temu e Amos Biwott, si aggiudicarono rispettivamente i 10000 e i 3000 siepi; l'etiope Mamo Wolde conquistò la medaglia d'oro nella maratona e quella d'argento nei 10000 m, vinti dal tunisino Mohammed Gammoudi che si era allenato a lungo sugli altipiani del Kenya.

I record si sprecano

Nella velocità e nei salti in lungo e triplo si assistette a un sistematico crollo di primati mondiali: gli statunitensi di colore Bob Hayes e Tommie Smith dominarono a tempo di record rispettivamente i 100 e 200, e non fu da meno, nei 400 m, Lee Evans, altro afroamericano. Tra tutti i fenomenali record stabiliti a Città del Messico, ve ne fu uno che proiettò l'atletica almeno una ventina d'anni nel futuro: nel salto in lungo l'americano nero Bob Beamon (tra l'altro non era neppure il favorito della gara) fece un balzo di 8,90 m, superando di più di mezzo metro il precedente limite mondiale.

Gli incredibili 8,90 di Beamon

Per dare un'idea del valore dell'impresa, basti dire che la misura raggiunta da Beamon era abbondantemente al di fuori della portata del misuratore ottico, tarato sino a 8,60 m; si dovette rimediare con la vecchia cordella metrica d'acciaio. Il primato di Bob Beamon sarebbe stato battuto soltanto nel 1991, da Mike Powell.

La protesta degli atleti di colore: Smith e Carlos

Alcuni atleti statunitensi di colore diedero alle loro vittorie un forte valore di protesta e di rivendicazione razziale, esprimendola rabbia dei neri per la posizione subordinata che occupavano all'interno della società americana. Clamoroso fu il caso di Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nei 200 m piani: si presentarono alla premiazione senza scarpe, con calze nere ai piedi, e alzarono al cielo il pugno chiuso guantato di nero, nel gesto di saluto e di sfida del Black Power.

Ascoltarono l'inno nazionale con il capo chinato come per vergogna, tenendo gli occhi fissi sulle loro medaglie. Ai giornalisti che lo intervistarono Tommie Smith dichiarò: "Nella vita ci sono cose più grandi dei record e delle medaglie. Oggi è stato molto bello vincere per il mio popolo". Più esplicito fu John Carlos: "Siamo stufi di essere cavalli da parata alle Olimpiadi e carne da cannone in Vietnam". I due furono immediatamente espulsi tanto dal villaggio olimpico che dalla rappresentativa statunitense, e avrebbero continuato a pagare il loro gesto anche negli anni a venire, subendo una sorta di ostracismo.

Ma la contestazione degli atleti neri, sia pure in forme meno appariscenti, continuò: Jim Hines, medaglia d'oro nei 100 m piani, non accettò di essere premiato da Brundage; Lee Evans, Larry James e Ronald Freeman, classificatisi nell'ordine nella prova dei 400 m piani, salirono tutti e tre sul podio con un basco nero in testa. Bob Beamon, dominatore del salto in lungo, si presentò alla premiazione scalzo e senza la tuta della rappresentanza statunitense, e nella stessa occasione Ralph Boston, terzo classificato, si tolse ostentatamente le scarpe.

Fosbury rivoluziona il salto in alto

Non migliorò il record del mondo ma aprì ugualmente un'epoca nuova nel salto in alto lo statunitense Dick Fosbury, che vinse il titolo olimpico mettendo in mostra uno stile di salto assolutamente inedito: dopo una rincorsa di otto passi, all'ultima battuta Fosbury si avvitava volgendo le spalle all'asticella e, con un gran colpo di reni, la superava con il tronco, richiamando poi le gambe. Malgrado lo scetticismo con cui fu inizialmente accolto, il salto "alla Fosbury" avrebbe nel giro di pochi anni soppiantato del tutto il ventrale.

Primato americano nel nuoto

Nel programma del nuoto vennero introdotte gare nuove, come 100 m rana, 100 farfalla e 200 misti. In campo maschile gli statunitensi conquistarono 10 titoli su 16, ma sfuggirono loro i due forse più prestigiosi: quelli dei 100 e 200 stile libero, vinti dall'australiano Michel Wenden. Le due prove del dorso (100 e 200) furono dominate dal tedesco orientale Roland Matthes, che si sarebbe ripetuto quattro anni più tardi a Monaco. Schiacciante fu il dominio delle nuotatrici statunitensi, che si lasciarono sfuggire soltanto i 100 e 200 farfalla. Si distinse in particolare Deborah Meyer, vincitrice sui 200, 400 e 800 stile libero.

Nella ginnastica maschile si rivelò il giapponese Sawao Kato, atleta di grandissimo valore, che avrebbe conquistato medaglie d'oro anche nelle due successive edizioni delle Olimpiadi. A Città del Messico Kato vinse nel corpo libero, nel concorso generale a squadre e in quello individuale, dove superò il russo Michail Voronin solo all'ultimo esercizio. Un altro giapponese, Akinori Nakayama, si aggiudicò 4 medaglie d'oro: anelli, parallele, sbarra (ex aequo con Voronin), concorso generale a squadre.

Pugilato e calcio

Nel pugilato il titolo olimpico dei pesi massimi andò al picchiatore americano George Foreman, che sarebbe diventato campione mondiale della stessa categoria tra i professionisti. Dopo due ritiri e altrettanti ritorni sul ring Foreman è stato ancora, a 49 anni, campione del mondo dei massimi, sia pure riconosciuto solo da una federazione minore.

Il torneo di calcio (a cui non parteciparono gli Azzurri) fu vinto, come a Tokyo, dall'Ungheria.

Le olimpiadi in rosa

In campo femminile si distinsero particolarmente le atlete dell'Europa orientale, ma non le russe, che si dovettero accontentare solo di qualche medaglia d'argento o di bronzo. Le formidabili sorelle Irina e Tamara Press si ritirarono dopo l'introduzione del test sul sesso, consistente nell'analisi della saliva, alla ricerca del cosiddetto corpuscolo di Barr, caratteristica esclusivamente femminile.

Vera Caslavska incanta il mondo

La regina dei Giochi fu però la ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska, medaglia d'oro nel concorso generale individuale, nel corpo libero, nelle parallele asimmetriche e nella trave d'equilibrio, malgrado una preparazione sommaria. Sostenitrice della primavera di Praga, all'arrivo dei carri armati sovietici la Caslavska aveva dovuto rifugiarsi in una cittadina a circa 50 km da Praga, in casa di amici, e, nelle tre settimane precedenti le Olimpiadi, aveva potuto allenarsi solo aiutando i facchini alla stazione (almeno così si disse). Il giorno prima della chiusura dei Giochi Vera Caslavska sposò il connazionale Josef Odlozil, medaglia d'argento nei 1500 piani a Tokyo 1964.

Medagliere

Nell'ormai tradizionale duello tra le due superpotenze, ebbero la meglio, così come a Tokyo, gli Stati Uniti, con 45 medaglie d'oro, 28 d'argento e 34 di bronzo, contro le 29 d'oro, 32 d'argento e 30 trenta di bronzo dell'Unione Sovietica. Sul terzo gradino del podio il Giappone, con 25 titoli. L'Italia si piazzò tredicesima, portando a casa un totale di 16 medaglie. Da notare che tra le 112 rappresentative nazionali presenti a Città del Messico vi furono quelle della Germania Est e della Germania Ovest, per la prima volta ufficialmente separate.

Città del Messico 1968
Giochi della XIX Olimpiade

Un tuffo nell'oro

Nei tuffi incantò Klaus Dibiasi, tirolese, medaglia d'oro dalla piattaforma e d'argento dal trampolino. Nella sua specialità preferita, i tuffi dalla piattaforma, si era già classificato secondo a Tokyo, e dopo Città del Messico avrebbe fatto valere la sua superiorità anche nel 1972 a Monaco e nel 1977 a Montreal, conquistando altre 2 medaglie d'oro. Dibiasi è ancora oggi considerato il più grande tuffatore di tutti i tempi, malgrado il fatto che tra i suoi successori vi sia stato un fuoriclasse come l'americano Greg Louganis.

Il primato mondiale non basta a gentile

Nell'ecatombe di record verificatasi a Città del Messico ebbe un breve momento di gloria anche l'italiano Giuseppe Gentile, autore con 17,10 m del primato mondiale durante le qualificazioni dal salto triplo. Nel corso della finale, che si svolse il giorno seguente, Gentile fece addirittura 17,22 m al primo salto, ma tanto non gli bastò per diventare campione olimpico. Il brasiliano Nelson Prudencio saltò m 17,27, e dopo di lui il sovietico Viktor Sanaev arrivò a 17,39. A Gentile restò la medaglia di bronzo. Sanaev avrebbe conquistato la medaglia d'oro anche a Monaco (1972), e Montreal (1976), chiudendo poi la carriera olimpica con l'argento di Mosca (1980).

Sul gradino più alto del podio dei Giochi messicani salirono anche i canottieri trevigiani Primo Baran e Renzo Sambo, insieme con il quindicenne timoniere Bruno Cipolla, vincitori nel due con. La terza medaglia d'oro italiana fu merito del ciclista Pierfranco Vianelli, primo nella prova individuale con più di due minuti di vantaggio sul danese Leif Mortensen. Si aggiudicarono una medaglia d'argento oltre a Klaus Dibiasi, il pistard Giordano Turrini nella velocità, la squadra di sciabola (Wladimiro Calarese, Rolando Rigoli, Pierluigi Chicca, Michele Maffei, Cesare Salvadori) e Romano Garagnani nel tiro a volo.

Le 9 medaglie di bronzo

Due delle 9 medaglie di bronzo vennero dall'atletica, a opera del già ricordato Giuseppe Gentile e del valdostano Eddy Ottoz, ottimo terzo nei 110 m ostacoli vinti dal fortissimo americano Willie Davenport. Gli altri bronzi furono conquistati da Gianluigi Saccaro nella spada individuale, dal quartetto dell'inseguimento su pista (Lorenzo Bosisio, Cipriano Chemello, Luigi Roncaglia, Giorgio Morbiato) e da quello della 100 km a squadre (Giovanni Bramucci, Vittorio Marcelli, Mauro Simonetti e Pierfranco Vianelli) nel ciclismo, dall'equipaggio del quattro senza (Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Pier Angelo Conti Manzini, Abramo Albini) nel canottaggio, dai velisti Fabio Albarelli nella classe Finn, Franco Cavallo e Camillo Gargano nella classe Star, e dal pugile Giorgio Bambini nella categoria dei pesi massimi.

Città del Messico 1968
Giochi della XIX Olimpiade

messico 1968 Per avere una panoramica completa delle immagini della XIX olimpiade vai alla pagina ufficiale del CIO.

Foto

Video
Lo statunitense Bob Beamon stabilisce con questo salto il record più straordinario della storia dell'atletica: 8,90 m, 55 cm oltre il precedente limite mondiale. Il "miracolo" di Beamon rappresenta il culmine di una gara storica, con sei atleti oltre gli 8 m.

Città del Messico 1968
Giochi della XIX Olimpiade

Per la prima volta il CIO istituì i controlli antidoping. Il primo atleta ad essere pizzicato fu lo svedese Liljenwall, che gareggiava nel pentathlon, banalmente sorpreso ad avere alzato un po' troppo il gomito. Risultato: squalifica immediata.

Tra i feriti di Piazza delle Tre Culture ci fu anche la giornalista italiana Oriana Fallaci, colpita da una scheggia mentre si trovava su un balcone finito sotto tiro.

Vera Caslavska, alla fine dei Giochi, chiese ed ottenne asilo politico in Messico. In seguito fu letteralmente travolta da una serie di drammatiche vicissitudini: il divorzio, la depressione con ricovero in clinica, l'uccisione del secondo marito da parte del figlio e la morte del primo marito, Odlozil, in una sparatoria.

Quelli di Città del Messico furono anche i Giochi della polemica verso lo sport di Stato, ovvero verso il finto dilettantismo praticato soprattutto nell'Europa dell'Est, che con la creazione di carriere amministrative o militari fittizie aiutava gli atleti, li compensava dei sacrifici e li premiava delle vittorie, creando condizioni di disparità evidente.

Città del Messico 1968
Giochi della XIX Olimpiade