Da decenni, economisti, sociologi e politici cercano di individuare indicatori alternativi al PIL per misurare il grado di sviluppo e di benessere di una società.
Già nel 1968, Robert Kennedy, tre mesi prima di essere assassinato durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, pronunciò un discorso nel quale sottolineava come la crescita economica, misurata dal PIL, non fosse un criterio sufficiente per descrivere e comprendere gli aspetti più profondi di una società, per misurare il benessere dell’individuo e della società.
Nel 1972, il sovrano del piccolo Stato himalaiano del Bhutan teorizzò “l’indice della felicità nazionale lorda”: un metodo per calcolare il benessere della società e i progressi di una nazione alternativo al PIL.
Dal 2008, il piccolo regno buddista ha adottato questo indice che misura la salute dei cittadini, l’istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali, la qualità dell’aria e la tutela dell’ambiente.
Nel 2011, il modello bhutanese ispirò una storica risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che esortava la politica a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta.
Ed è così che nel 2012, sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato pubblicato il primo rapporto sulla felicità nel mondo, seguito da altre due edizioni nel 2013 e nel 2015.
I parametri utilizzati per calcolare l’indice della felicità sono:
Secondo i sei punti identificati dalle Nazioni Unite, le regioni più felici sono il Nordamerica e l’Europa settentrionale mentre quelle meno felici si trovano in Africa subsahariana e in Asia meridionale. Negli ultimi anni i livelli della felicità sono cresciuti in America latina e in Asia orientale, mentre sono calati nelle regioni politicamente instabili come il Nordafrica e il Medio Oriente.
Sulla base della classifica pubblicata nel World Happiness Report 2015 edito da The Earth Institute (Columbia University, New York), i Paesi più felici sono Svizzera, Islanda, Danimarca, Norvegia e Canada. Ma ai vertici della classifica si trovano anche Paesi “non ricchi” come Costa Rica e Messico, mentre altri come Italia e Giappone non superano la soglia del 45° posto. Non trascurabile è stato l’impatto della crisi economica: in Grecia, per esempio, l’indice di felicità è crollato e il Paese è precipitato al 102° posto della classifica.
Nei tre rapporti pubblicati finora si sottolinea come la felicità sia un fattore essenziale per valutare l'efficacia delle politiche sociali ed economiche dei singoli Paesi.
La qualità della vita e la soddisfazione degli individui, inoltre, migliorano il funzionamento della società: «Le popolazioni più serene, che hanno vite più appaganti e vivono in comunità più soddisfatte, hanno maggiori possibilità di avere una salute migliore, e di essere più produttivi e connessi socialmente. Il vantaggio che ne deriva beneficia tutti».