La storia delle Olimpiadi

Le olimpiadi nell'antichità

Il mito, le imprese leggendarie, lo spirito sportivo più puro: di questi elementi sono fatte le Olimpiadi [dal greco olympiás-ádos, tramite il latino olympías-iadis], la più importante manifestazione sportiva del mondo antico e di quello moderno. I Giochi sono un evento atletico, simbolico e mediatico senza paragoni. Il sogno di ogni atleta è uno solo: vincere una medaglia d'oro alle Olimpiadi.

La storia inizia con i giochi

Secondo il nostro calendario la numerazione degli anni è come quella della creazione del mondo; la tradizione musulmana inizia invece a contare gli anni dal momento in cui Maometto partì dalla Mecca; infine, per gli antichi romani tutto cominciava con la fondazione della loro città. Per la civiltà della Grecia classica il tempo usciva dall'indefinitezza e meritava di essere misurato solo a partire dall'anno della disputa dei primi Giochi Olimpici (per noi il 776 a.C.): basti questo fatto a dimostrare il valore attribuito a tale manifestazione.

Nell'antica Grecia erano numerose le feste in cui gare sportive si intrecciavano con cerimonie religiose: i Giochi Pitici, che si tenevano a Delfi in onore del dio Apollo, i Giochi Nemei, celebrati a Nemea in onore di Zeus, i Giochi Istmici, così detti a causa della loro sede, appunto l'istmo di Corinto. Ma nessuna raggiungeva il prestigio e l'importanza dei Giochi che ogni quattro anni riunivano a Olimpia, nell'Elide, regione del Peloponneso, i migliori atleti provenienti da tutte le città greche, comprese le lontane colonie dell'Italia meridionale, della Sicilia, dell'Asia Minore e della Crimea.

Le olimpiadi nell'antichità

Simbolo di pace e unione

Non disponiamo di dati storici certi sull'origine dei Giochi Olimpici, mentre la tradizione mitica ci lascia l'imbarazzo della scelta tra diverse versioni possibili, per esempio secondo alcune tradizioni sarebbero stati istituti da Pelope dopo la sua vittoria su Enomao, secondo altre da Eracle in onore del padre. È certo invece che essi costituivano un avvenimento di portata universale, capace di creare un temporaneo vincolo di unione tra città separate e spesso in lotta tra loro. Durante lo svolgimento dei Giochi nessuna guerra poteva essere dichiarata e, almeno in via di principio, i conflitti in corso dovevano essere sospesi: in ogni caso atleti e spettatori diretti alle Olimpiadi potevano transitare anche in zone belliche.

I Giochi Olimpici erano in primo luogo una cerimonia religiosa in onore di Zeus: si tenevano su un terreno sacro ai piedi del tempio dedicato al dio, che veniva invocato dagli atleti nel corso del solenne giuramento di lealtà sportiva, momento culminante della giornata di apertura.

Sacro e profano

L'avvenimento tuttavia presentava anche aspetti profani, attirando a Olimpia anche attori di strada, saltimbanchi, giocolieri, acrobati, mercanti e venditori di cibo che preparavano sul posto i loro piatti, destinati agli spettatori accampati sotto tende portate da casa o addirittura disposti a dormire per terra pur di assistere alle competizioni sportive.

Gli atleti

Decisamente migliore il trattamento riservato agli atleti, che avevano a disposizione alloggi confortevoli, locali appositi per bagni e massaggi, una palestra e una pista per gli allenamenti. Gli atleti, obbligati a concentrarsi a Olimpia già un mese prima dell'inizio dei Giochi, rappresentavano il fiore della gioventù greca.

I criteri di partecipazione

I criteri di ammissione erano piuttosto rigidi; inoltre, fino alla trentaseiesima edizione, poterono gareggiare soltanto gli aristocratici. In seguito la partecipazione fu allargata a tutti i cittadini greci di condizione libera che non avessero mai subito condanne. Vi fu anche un progressivo allargamento della regione di provenienza dei concorrenti, agli inizi limitata alla sola Elide; con il passare del tempo, e la crescita di importanza dei Giochi, cominciarono ad affluire atleti da tutto il mondo greco e, in epoca romana, da tutti i territori dell'Impero.

Rimane invece invariata nei secoli la discriminazione nei confronti delle donne, mai ammesse né in veste di atlete né di spettatrici. Al sesso femminile era riservata una sorta di Olimpiade minore, che iniziava subito dopo la chiusura dei giochi maschili ed era consacrata alla dea Era.

Le olimpiadi nell'antichità

La corsa

I Giochi Olimpici iniziavano durante il plenilunio dopo il solstizio d'estate e si protraevano per sei giorni, dei quali il primo e l'ultimo dedicati rispettivamente alle cerimonie di apertura e di chiusura, gli altri alle competizioni vere e proprie. Si iniziava con la corsa che costituiva il nucleo iniziale dei Giochi, essendo stata per le prime diciotto edizioni l'unica specialità in programma. Le prove erano tre: la prima di velocità (circa 200 m), la seconda di mezzofondo (circa 400 m), la terza di fondo (poco più di 5000 m).

L'articolazione delle gare

La distanza della prova di velocità equivaleva precisamente alla lunghezza della pista, fatta a forma di U e circondata su tre lati da gradinate ricavate dalle pendici della collina e coperte di marmo. La prova di mezzofondo corrispondeva alla pista percorsa nei due sensi, con la linea di arrivo che coincideva con quella di partenza. I fondisti infine dovevano coprire dodici giri completi della pista, il cui fondo era in sabbia morbida e chiara. Tutte e tre le gare di corsa si articolavano in quattro eliminatorie disputate da quattro atleti ciascuna, con i vincitori che accedevano alla finale.

Gli hellanodices, cioè i dieci anziani ai quali erano affidati pieni poteri sull'organizzazione e lo svolgimento dei Giochi, dovevano avere molto a cuore la regolarità delle gare di corsa: diversamente non si spiegherebbe il fatto che i concorrenti colpevoli di falsa partenza venissero puniti a suon di frustate.

Il pugilato, gara cruenta e appassionante

La terza giornata era completamente dedicata agli sport di combattimento: pugilato, lotta e pancrazio. Il pugilato era allora uno sport molto popolare e almeno altrettanto cruento, soprattutto a causa del particolare tipo di guantoni adottato. I pugili greci si avvolgevano infatti gli avambracci e le mani in una sorta di armatura fatta di strisce di cuoio e di metallo. È facile immaginare quali tremende ferite si potessero causare con l'ausilio di simili armi, e malgrado i combattenti avessero la testa protetta da una calotta in bronzo non erano rare le conclusioni tragiche. In tal caso il vincitore-omicida incorreva nella pena della fustigazione.

Le gare equestri

Durante la quarta giornata il teatro delle competizioni non era lo stadio, bensì il vicino ippodromo (lungo 770 m), dove si disputavano, in successione, le corse dei carri e quelle dei cavalli. Gli sport equestri erano, per ovvi motivi, come per esempio il mantenimento dei cavalli, i più costosi del programma olimpico, e anche quelli in cui più rapidamente si fece strada il professionismo, cioè la pratica di ingaggiare a pagamento aurighi e fantini.

I proprietari delle principali scuderie erano re, tiranni e comunque personaggi ricchi e importanti, che facevano partecipare ai Giochi, sotto le proprie insegne, numerosi carri e cavalli. Esistevano anche scuderie cittadine, il cui mantenimento era a carico della collettività. Non deve dunque stupire il fatto che alla vittoria in una specialità degli sport equestri si attribuisse anche un certo significato politico. Ma le corse dei carri e dei cavalli rappresentavano in primo luogo uno spettacolo di velocità, abilità e azzardo, in cui gli incidenti erano frequenti quanto rovinosi e la partecipazione del pubblico intensissima, ai limiti del rapimento. Gli aurighi stavano ritti in piedi a gambe divaricate su carri leggerissimi, impugnando con una mano le briglie e con l'altra la frusta, mentre i cavalieri, nudi, cavalcavano senza sella.

Il pentathlon, disciplina completa

La quinta giornata doveva designare il più completo tra tutti gli sportivi, il vincitore della gara di pentathlon, specialità composta da cinque prove, nell'ordine: salto in lungo, lancio del giavellotto, corsa, lancio del disco e lotta. Nella prima prova gli atleti spiccavano il salto impugnando dei pesi, che si credeva rendessero più efficace il gesto atletico. Il giavellotto era di legno, e i risultati migliori si attestavano intorno ai sessanta metri. I pentatleti si misuravano quindi nella specialità della corsa veloce, che ricalcava esattamente, quanto a distanza e regole, la gara disputata durante il secondo giorno.

Il momento culminante dei giochi

Il disco, in origine piatto, andò man mano acquistando la forma e il peso (2 kg) attuali. Anche nel materiale vi fu un'evoluzione: dalla pietra si passò al bronzo. Il sistema a eliminazione adottato in tutte le prove successive del pentathlon faceva sì che l'incontro di lotta vedesse uno di fronte all'altro gli ultimi due pretendenti alla vittoria rimasti in lizza, assicurando così un finale ad altissimo contenuto emotivo, il vero e proprio clou della parte agonistica dei Giochi.

La chiusura dei giochi

La manifestazione che concludeva la quinta giornata, la corsa con le armi, aveva infatti un carattere soprattutto dimostrativo e spettacolare: i partecipanti, armati di tutto punto (con tanto di elmi e corazze), percorrevano due volte la lunghezza della pista, mimando anche scene di combattimento. Il giorno seguente si teneva la cerimonia di chiusura, che comprendeva anche la solenne premiazione dei vincitori di tutte le gare. Chiamati uno a uno dagli araldi, i vincitori ricevevano il premio dagli hellanodices, che ponevano loro sul capo una corona intrecciata con rametti di un ulivo sacro, e sfilavano dinanzi al pubblico. Un grande banchetto, dopo il tramonto, chiudeva la giornata e i Giochi.

Lo spirito che animava i Giochi Olimpici era, almeno all'origine, quello di un sano agonismo; occorre tuttavia sgomberare il campo da un equivoco generato, verso la fine del secolo scorso, dal recupero del mito di Olimpia da parte del barone de Coubertin: anche alle Olimpiadi dell'antichità l'importante non era affatto partecipare, ma vincere. Alla fine delle gare di corsa, i tre atleti battuti si ritiravano immediatamente, per lasciare al vincitore tutti gli applausi e le acclamazioni dei quarantamila spettatori che riempivano lo stadio.

Gloria ai vincitori

I vincitori olimpici venivano esaltati (a pagamento) anche da famosi poeti; il grande Pindaro, nel V secolo a.C., scrisse in loro onore centinaia di odi. Malgrado la partecipazione ai Giochi fosse a carattere strettamente individuale e a nessuno fosse mai venuto in mente di stilare una classifica per città o per regioni, è chiaro che un atleta vittorioso portava lustro anche alla comunità a cui apparteneva: al suo ritorno in patria veniva salutato come un trionfatore, e la corona olimpica gli avrebbe assicurato onori e vantaggi per tutta la vita. Poteva anche accadere che la cittadinanza gli facesse erigere a proprie spese una statua a Olimpia, vicino allo stadio e all'ippodromo.

Le olimpiadi nell'antichità

Atleti professionisti

Anche nell'antichità il dilettantismo puro ebbe vita breve, e con il trascorrere del tempo divenne prassi comune, per città e mecenati privati, contendersi gli atleti migliori ingaggiandoli a gran prezzo e finanziandoli per tutto il periodo della preparazione. Nel I secolo a.C. gli atleti, al fine di curare i propri interessi di categoria, erano riuniti in associazioni.

Per il loro carattere religioso e per le origini legate al mito, i Giochi Olimpici erano una manifestazione tendenzialmente conservatrice, ma con il passare dei secoli, e soprattutto in epoca romana, furono costretti non solo ad aprirsi a partecipanti provenienti da tutto l'Impero, ma anche ad ampliare a dismisura il programma delle gare.

La fine di un mondo

Malgrado questo snaturamento e la concorrenza crescente di altri centri e di nuovi tipi di sport (come i circenses, gli spettacoli violenti da stadio) i Giochi Olimpici sopravvissero per 294 edizioni sino al 393 d.C., anno in cui l'imperatore Teodosio I (su invito di Ambrogio, vescovo di Milano) ne decretò la fine, in quanto manifestazione orgiastica e sediziosa. Due anni prima lo stesso imperatore aveva abolito tutti i culti e i centri di culto pagani: Olimpia e i suoi Giochi avevano così perso d'un colpo il loro significato sacrale.

Sta proprio nel tramonto della cultura classica (che attribuiva alla fisicità un'importanza fondamentale) la ragione profonda della fine dei Giochi Olimpici e dello sport antico in generale. Il cristianesimo, nuova religione e cultura dominante, tendeva piuttosto a mortificare il corpo, ritenendolo poco più che un ostacolo sul cammino verso il raggiungimento del bene supremo: la salvezza dell'anima. Inoltre, stadi e arene potevano anche essere visti come simboli delle stragi e delle persecuzioni subite dai cristiani delle origini.